I Figli del fiume giallo

FIUME GIALLO 2

Titolo originale: Jiang hu er nv

Jia Zhang-ke continua a raccontare la Cina che cambia tornando sul suo stesso lavoro, sui set dei suoi precedenti film (la Datong nello Shanxi di “Unknown Pleasures”, 2001, la Fengjie nella regione di Chongqing e della Diga delle Tre Gole di “Still Life”, 2006), sulla sua storia e su quella del suo Paese. Protagonista, ancora una volta, la moglie e musa Zhao Tao che qui interpreta  Qiao, una donna capace di compiere un cammino lungo 17 anni e 7000 chilometri per stare accanto all'uomo della sua vita, il gangster Bin. Ne esce un grande film sinuoso e cangiante come il Fiume Giallo del titolo italiano, che inizia come un noir di Hong Kong e continua come un melodramma femminista, per poi finire dalle parti del dramma esistenziale. Il film è diviso in tre parti, cronologicamente e geograficamente. Nella prima parte, ambientata a Datong nel 2001, Qiao e Bin gestiscono una bisca, finché un agguato per strada attenta alla vita di Bin. Per salvarlo Qiao spara in aria e viene arrestata per possesso d'arma. Lo stile è quello del noir d'azione di Hong Kong, che mette in scena con enorme abilità mahjong, lame e denaro. Sullo sfondo, c'è la problematica sociale con la corruzione politica (sottrazione di fondi statali) e la protesta dei minatori capitanata dal padre di Qiao. Bin ha un bel paio di baffetti e si comporta come colui che risolve problemi. Carismatico, è protetto dalla sua donna che si sacrifica per lui. Affiora qui il tema del codice d'onore e del senso di fratellanza, il cosiddetto “Jianghu”, termine mutuato dalle arti marziali, e che qui designa la relazione di dominio e possesso che unisce e divide Bin e Qiao. Nella sezione centrale del film assistiamo al pellegrinaggio di Qiao, uscita di carcere dopo 5 anni, nella zona di Fengjie, alla ricerca di un uomo che non si presenta all'appuntamento, proprio come accadeva alla stessa interprete in “Still Life”. Qui, la donna subisce ogni sorta di umiliazione, dai furti al comportamento oltraggioso di Bin che, fattasi una nuova ragazza, non la vuole più vedere. Sullo sfondo, ancora una volta, le problematiche sociali, con la speculazione attorno a una centrale elettrica. Fengjie è una orrida città di palazzi, simbolo della “nuova” Cina capitalista. Per sopravvivere, Qiao ricatta sessualmente dei padri di famiglia. Insomma, è un degrado continuo, umano e civile, e lo stile è quello del melodramma femminile, con la protagonista nel vortice della malasorte e preda della cattiveria maschile. Ma Qiao rimane fedele, a differenza del suo ex-compagno, alla filosofia dello “Jianghu”. La sezione centrale termina con la scena madre, tipica del melò, dell'incontro tra i due ex-amanti nella stanza di un albergo, mentre fuori piove a dirotto, che sancisce la definitiva separazione. La terza e ultima parte del film, ambientata al giorno d'oggi, vede il ritorno della donna a Datong, e sancisce, in qualche modo, la “vendetta” di Qiao su Bin, ridotto a un paraplegico relitto. Ma il clima psicologico e lo stile è ancora una volta mutato. La deriva esistenziale dei personaggi si è definitivamente realizzata, i valori sono andati a farsi friggere, lo stile di regia è avvolto dal parossismo. Dalle “tigri di carta” dell'inizio, con la intrapresa individualista e criminale, siamo giunto al tristissimo capitalismo di Stato, quello delle dighe che imbrigliano i fiumi e delle ferite inferte alla natura, dove tutti, compresa Qiao, sono diventati impiegati supini al servizio del denaro. Non si può più tornare indietro, alla Datong dell'inizio, se non attraverso una grottesca incursione nell'irrazionale: il turismo per gli Ufo, l'agopuntura.