Le Verità

50286 LA V RIT Catherine Deneuve and Juliette Binoche Credits L.Champoussin 3B Bunbuku MiMovies FR3

Titolo originale: La Vérité

Laureato a Cannes nel 2018 con “Un affare di famiglia”, Kore'eda si è presentato a Venezia con le stigmate dell'Autore. Il suo “Le verità” è, ancora, una piccola storia di famiglia che si sviluppa principalmente in una casa parigina, nel mezzo dell'autunno. All'interno di questo microcosmo, come in una commedia cechoviana, il regista fa muovere come marionette una serie di personaggi, mostrandone, di volta in volta, menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni. Fabienne è una anziana stella del cinema francese, circondata da uomini che la adorano e la ammirano. Quando pubblica le sue memorie, la figlia Lumir, sceneggiatrice, torna a Parigi da New York con il marito alcolista fallito e la sua bambina. Naturalmente, con la madre famosa ed egoista sarà scontro a tutto campo, finché le “verità” del titolo vengono a  galla, i conti vengono saldati, e amori e risentimenti confessati. Il dilemma morale è sempre quello: meglio una bugia detta a fin di bene, o una verità crudele che può far danni? Il regista, e il film, non scelgono decisamente la strada da percorrere. Diciamo che, come in Cechov, torti e ragioni alla fine trovano una compensazione, si pareggiano. Primo film girato all'estero da un autore giapponese fino al midollo, “Le verità” si apre sull'inquadratura fissa del giardino di una villa. Qui domina incontrastata Fabienne, che sottopone tutti al suo volere. L'arrivo della figlia incrina però la sua onnipotenza. Fabienne gioca il ruolo della Strega Cattiva, e naturalmente ammiriamo l'effetto commistione che si genera tra personaggio e persona e quanto inevitabilmente si sovrappongano il carattere del ruolo con il vissuto pubblico di un'attrice-diva (la Deneuve) che ha attraversato e impreziosito con potenza scenica sia il cinema popolare che quello d'autore. Di fronte al Mostro Sacro, la figlia Lumir gioca invece, con masochismo, il ruolo della Vittima Sacrificale, tirando perfino in ballo il fatto che la madre non andasse mai a prenderla a scuola. Il tutto è complicato ulteriormente dal fatto che si sta girando un nuovo film in cui Fabienne ha un ruolo non centrale che la mette in competizione con una giovane attrice che interpreta, in qualche modo, lei da giovane: la trama di questo film “doppia” quella di Kore'eda (la madre eternamente giovane, la figlia che invecchia inesorabilmente...). Come se non bastasse, aleggia su tutto e tutti l'ombra di un'attrice morta, amica e rivale di Fabienne, Sarah: dalla sua scomparsa è nata la fama di Fabienne. Quando la giovane attrice del film si mette il vestito che fu di Sarah, ecco che assistiamo a una vera “mise en abime”: la lotta di Fabienne con il fantasma della morta la fa infine cedere sul versante della figlia. Con tanta carne al fuoco, c'era il rischio del “troppo pieno”. Fortunatamente, il regista riesce a dipanare con una notevole abilità tutti i fili famigliari ingarbugliatissimi, e soprattutto infonde nel tutto una discreta dose di humour  e qualche buona gag, legata soprattutto al carattere inacidito della vecchia diva (ad esempio, il “joke” relativo alle iniziali delle attrici francesi, il confronto con l'odiatissima BB, Brigitte Bardot, oppure il vecchio compagno di letto “buono solo a scusarsi” che passa il tempo a cucinare per la sua “padrona”). Oltre al teatro di Cechov e al “Giardino dei ciliegi”, nel film si ascoltano echi dei film di Bergman, e ovvie rimembranze di Bette Davis e di “Eva contro Eva”. Le donne sono dominanti, i maschi sono dei deboli che vengono sottomessi inevitabilmente. Tra cene al ristorante cinese e balli, il film si dipana agilmente verso un finale che ha il sapore dolceamaro del compromesso.