Circuito Cinema - Sala Truffaut

Prima visione

Loveless

(Nelyubov)
13/01/2018
18.30

14/01/2018
20.30


(Rus/Fra , 2017) di Andrey Zvyagintsev - 127’

Pluripremiato a Cannes Loveless è l'ultima fatica del grande regista russo Leone d’Oro a Venezia con Il Ritrono ed è anche tra i 9 film rimasti a contendersi l’Oscar per il miglior film straniero. È chiaramente una metafora. Della Russia contemporanea, del mondo odierno tutto, della coppia e dei sentimenti, della società quale specchio del privato e del privato quale microsocietà destinata a implodere. È una vicenda simbolica: due coniugi benestanti litigano in attesa del divorzio; in mezzo, il figlio, che improvvisamente scompare; e per i genitori inizia un calvario che li porterà ben oltre la crisi. Altrettanto chiaramente, come tutte le metafore che si rispettino, le intenzioni e le ambizioni sono scoperte, abbastanza facili. Il film conferma una cupa potenza autoriale davvero straordinaria, capace di insinuarsi fra le pieghe della realtà con sguardo glaciale ma preciso, talvolta cinico eppure folgorante nella sua matematica. Difficile rimanere impassibili davanti a una tale discesa agli inferi; difficile resistere alla violenza senza sangue di questo acuto che squarcia la persona e dà per scontata la morte. Anche perché c’è una scena che lascia a bocca aperta, e che è un pugno nello stomaco: il grido silenzioso del bambino dietro la porta. Una scena-simbolo, guarda caso, però clamorosa. Lo sguardo del regista è privo di qualsiasi pietà nei confronti di una nuova generazione parentale che ha perso qualsiasi senso di appartenenza. Alyosha, il figlio, non appartiene a nessuno. Non al padre che, non contento di avere un figlio di cui non si è mai occupato, ha già messa incinta la propria giovane nuova compagna con la quale ha intrecciato un legame che lo sta avviluppando mentre lui crede possa aprirgli nuovi orizzonti di vitalità. Lo stesso accade alla madre, la quale si è sposata per sfuggire al controllo oppressivo di una madre amata/odiata e ha vissuto la gravidanza come un peso che tuttora si trova davanti nell’aspetto di un bambino che non ama e da cui non si sente amata.

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