La casa di Jack

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Titolo originale: The House That Jack Built

Usa anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli. A quattro anni di distanza da Nymphomaniac Von Trier torna con il suo cinema in cui genio e follia continuano a contendersi lo spazio. “Io uccido” è la stessa frase che pronuncia Jack a un certo punto del film in un'esternazione che vorrebbe essere liberatoria. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere architetto perché per lui i secondi scrivono la musica mentre i primi si limitano a leggerla. Von Trier ancora una volta si sdoppia, si potrebbe affermare che vuole essere architetto e ingegnere dell'esistenza e lo fa attraversando le due figure di Jack e Verge. Così come Melancholia finiva con il riconoscersi nelle due protagoniste (una razionale e l'altra umorale), qui si va a cercare in entrambi. Come il negativo della pellicola rappresenta per lui il lato oscuro della luce così da sempre con i suoi film si (e ci) spinge a guardare in quell'oscurità che si nasconde nell'animo umano e che può essere ammantata di quella razionalità perversa che ha fatto commettere all'umanità i crimini di massa più efferati. L'arte può esprimersi nella sensibilità estrema di un Glenn Gould come nell'estetica delle rovine di Albert Speer ma quando si traduce in corpi in decomposizione non c'è paragone con la vinificazione che tenga. Von Trier, come sempre, non ha mezze misure: ci mette davanti all'orrore, al sangue, alla putrefazione della carne.

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