Sofia

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Titolo originale: Sofia

 Ci si abitua a tutto, persino a un carico troppo gravoso. Figurarsi se è un problema sposare un uomo che non si ama. Il sentimento verrà da sé, col tempo. Approssimativamente è questo il senso del discorso che Sofia fa a sua cugina Lena: uno scambio di battute che rimette in discussione il rapporto di potere che credevamo regolasse la loro relazione., un asorta di dinamica servo-padrone. Sofia ha 20 anni, vive a Casablanca, appare come la più debole delle donne che amministrano la sua famiglia, quella di cui non si chiede, quella che non si vede, quella che resta nell’ombra, soverchiata dalle personalità ingombranti della madre, della zia e della cugina. Così abituata ai margini della scena, anche se incinta vive la gestazione in forma di diniego. Quando però partorisce, sebbene all’inizio possa sembrare in balia delle circostanze, di situazione in situazione Sofia si dimostrerà sempre più affilata nella sua risolutezza: riuscirà a evitare il carcere (come stabilito dal diritto islamico, se hai rapporti sessuali fuori dal matrimonio); far riconoscere, a chi indica come il padre, la propria figlia; sposarsi; ma soprattutto tutelare gli interessi della famiglia. Ciò a cui la regista dà forma è un’idea sconsacrata, degenerata e rapace di famiglia, corrosa da disumanizzanti logiche speculative ormai completamente introiettate, tanto che ogni rapporto è regolato da pratiche di sfruttamento e oppressione.

 

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