C'era una volta in Bhutan

CeraUnaVoltaInBhutan29

Titolo originale: The Monk and the Gun

GRAN PREMIO DELLA GIURIA - FESTIVAL DI ROMA

Come nel precedente film di Dorji, l’accattivante "Lunana – Il villaggio alla fine del mondo", candidato come quest’ultimo all’Oscar, anche nel suo secondo c’è una azzeccata convergenza di modernità e tradizione, urbano e rurale. Ambientato nel 2006, segue alcuni personaggi in un piccolo villaggio bhutanese alle prese con cambiamenti epocali: Internet e cellulari e, più di tutti, le prime elezioni democratiche nella storia del Paese (il Re ha improvvisamente deciso di abdicare). Come in “Winchester 73” di Anthony Mann, il movimento fisico di un’arma da fuoco (un fucile della Guerra Civile americana che si ritiene abbia ucciso molti soldati tibetani più di 100 anni fa) che passa di mano in mano dà continuo impulso alla narrazione. Il fucile simboleggia l’occidentalizzazione temuta di questo paese rurale, le cui colline lussureggianti e verdeggianti, catturate con maestosa grandezza dal direttore della fotografia Jigme Tenzing, non hanno finora conosciuto avidità, gelosia o rivalità. Dorji usa il palese simbolismo dell’arma per mostrare l’invadente trasformazione del Bhutan. Quando il monaco protagonista entra in un negozio, ordina “acqua nera” (la sua definizione di Coca-cola) e si trattiene con gli altri abitanti del villaggio religiosamente rannicchiati attorno a un televisore a guardare il trailer di “007 – Quantum of Solace”, un film con parecchie sparatorie. L’evento più sconvolgente è però l’imminente elezione. Per la prima volta le persone imparano a votare. Al pari delle armi e dei televisori, anche l’esercizio della democrazia porta sconvolgimenti. Un padre diventa nemico della suocera perché lei sostiene un altro candidato. Sua figlia viene presa di mira a scuola a causa della sua fedeltà politica. C’è una bella scena che mostra il conflitto interno al villaggio: il padre guarda fuori dalla finestra affiancato su una spalla da un’immagine tradizionale del Lama e sull’altra da quella del candidato politico che sostiene. La domanda è: la democrazia è davvero necessaria per il Bhutan? E’ significativo che nessuno degli abitanti del villaggio chieda il diritto di voto. Quel potere viene dato, apparentemente per capriccio, dal Re. Nella scena elettorale simulata, i cittadini vengono incaricati dai funzionari di votare per falsi candidati codificati a colori. Il giallo vince con una maggioranza statisticamente quasi impossibile. Un funzionario chiede come ciò sia potuto accadere: gli viene risposto che il giallo è il colore del Re. Anche se il film è soprattutto una intelligente e divertita satira dell’imminente, inevitabile occidentalizzazione del Bhutan, non ripudia però del tutto la modernità. Lungo il suo percorso, guarda sia all’interno della sua realtà bucolica che all’esterno dell’Occidente (attraverso la figura dell’americano collezionista d’armi senza scrupoli), e sembra suggerire, infine, che nessuno possiede il monopolio sulla migliore via da seguire per una comunità.

Alberto Morsiani