Due procuratori

Due procuratori 2

Titolo originale: Deux Procureurs

1937, l’apice del terrore staliniano. Sergei Loznitsa torna a uno dei periodi storici che ossessionano il suo cinema, sempre concentrato sui meccanismi di funzionamento dei regimi repressivi e sulle modalità di autonarrazione del potere. Stavolta, però, sceglie un approccio diverso dai suoi radicali e “problematici” documentari d’archivio, come Process, per riprendere la strada della finzione. Il punto di partenza è un racconto del fisico e scrittore Georgy Demidov, arrestato a Karkhiv, in Ucraina, nel 1938 per sospetta attività controrivoluzionaria e costretto a trascorrere quattordici anni nei gulag. Un autore che ha descritto l’atroce condizione dei campi di lavoro forzato e testimoniato gli abusi del regime staliniano. E che proprio per questo motivo è rimasto a lungo nascosto e sconosciuto. Il romanzo da cui è tratto Two Prosecutors fu scritto nel 1969, ma è stato pubblicato solo nel 2009. In un contesto politico diverso. Ma di certo non meno problematico. Two Prosecutors è una parabola sulle storture e gli orrori del regime staliniano, a partire dalla cupa assurdità del sistema burocratico. Una traccia che ha un autorevole tradizione nella letteratura russa, a partire da Gogol. A cui si aggiunge, nella visione di Loznitsa, la suggestione kafkiana, come era già evidente in A Gentle Creature. Una materia, dunque, che rientra pienamente nelle corde del suo cinema. E che viene irregimentata in una forma implacabile, fatta di inquadrature fisse e spazi chiusi, di colori freddi e spenti, di lunghi dialoghi che sembrano costantemente slittare dal dramma a una sorta di ironia allucinata, dai contorni vagamente irreali. In cui la retorica del potere, la sua metodica costruzione di una falsa immagine, si riconosce soprattutto nel trattamento degli spazi.