Le tigri di Mompracem

Le tigri di Mompracem recensione scaled

Titolo originale: Los Tigres

CANDIDATO A 7 PREMI GOYA

Dopo La isla minima e Prigione 77 (oltre alla parentesi spy thriller su Francisco Paesa, L’uomo dai mille volti), Alberto Rodríguez mette da parte i fantasmi dell’epoca franchista e si inabissa nei fondali esistenziali di due fratelli, Antonio ed Estrella (Antonio de la Torre e Bárbara Lennie). Un vecchio video amatoriale li riporta a quando, bambini, si sfidavano per recuperare sott’acqua l’orologio del padre, sommozzatore. Il presente li tiene ancora uniti, lui è il Tigre, un sommozzatore infallibile, il compagno che tutti vorrebbero avere quando si rischia la vita ogni giorno. Lei – sorda da un orecchio e impossibilitata ad immergersi oltre i 17 metri – lo assiste sulla chiatta su cui lavorano, al soldo di una società petrolchimica. Ambientato sulle coste industriali di Huelva, un non-luogo fatto di acciaierie, ciminiere che graffiano il cielo e un mare che non promette svago, ma solo fatica e segreti sepolti, Le tigri di Mompracem – premio per la migliore fotografia (Pau Esteve Birba) al Festival di San Sebastián, candidato a sette premi Goya, vincendo quello per i migliori effetti visivi – assume a poco a poco le sembianze del noir asciutto, aggiungendo al dramma fraterno i connotati dell’indagine morale, soprattutto quando ad entrare in ballo sono due fattori cruciali: i sintomi preoccupanti di un malanno che prima o poi impedirà ad Antonio di proseguire con le immersioni e l’idea di sottrarre qualche chilo di cocaina alla malavita, che utilizza gli scafi delle navi per i propri traffici.