Nomadland

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Titolo originale: Id.

Dopo il collasso economico di una città aziendale nel Nevada rurale, Fern carica tutto quello che ha su un furgone e si mette in viaggio per fuggire da quella società capitalista che l'ha profondamente delusa. Vedova e senza figli, si arrangia con lavori stagionali come lo smistamento pacchi per Amazon o la pulizia di camping attrezzati, stringendo amicizie sincere e sfidando le basse temperature dell'Ovest americano. Deve contare solo sulle proprie forze, da sola in un Paese che da sempre vive una disparità economica e sociale senza mezze misure. Ispirato al libro di Jessica Bruder “Nomadland. Un racconto d'inchiesta”, il terzo film della sino-americana Chloe Zhao, Leone d'Oro a Venezia e vincitore nei giorni scorsi dei più importanti premi Oscar (miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista), è un racconto sincero e umile che si consuma tra lunghe highways, distese desertiche e paesaggi rocciosi e aridi come gran parte dei road movie che sono passati sul grande schermo. La regia alterna piani sequenza suggestivi, inquadrature di ampio respiro e primi piani stretti sui vari personaggi che Fern incontra sulla sua strada. Linda May, Swankie e Bob Wells, in particolare, sono le figure che influenzano la sua vita, incoraggiando le svolte narrative che danno ritmo al film. Frances McDormand guida il film con un sentire sommesso e uno sguardo che riesce a raccontare da solo il suo passato di dolore e rassegnazione. Nei suoi occhi però è ancora presente l'energia di andare avanti nonostante tutto, keep on going, di accogliere quello che il destino ha in serbo per lei, che non necessariamente corrisponde a quello convenzionale e inflazionato del cosiddetto American Dream. Il film utilizza la formula del road movie per riflettere sulle falle del sistema che riducono una onesta lavoratrice a trasformare un minivan in una casa e adattarsi a una vita vagabonda, ma non rinuncia a provare a comprendere la differenza tra chi è nomade per scelta e chi lo è per necessità, come gli eroi di “Furore” di John Steinbeck. Difatti, per Fern essere in costante movimento è quasi una salvezza. Ha scritto Kierkegaard: “Stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati. Basta continuare a camminare e andrà tutto bene”. E Pascal: “La nostra natura consiste nel movimento. La quiete è morte”. Orbene, Fern non ha certo letto né Kierkegaard né Pascal, però diventa una piccola icona della filosofia della mobilità, geografica e mentale, che è poi il grande segreto degli americani. Muoversi: desiderio di cambiamento, di incontrare un destino magari incerto ma desiderabile. Fern non ha bisogno di un posto preciso per sentirsi parte di una comunità, ma sta bene con la sua solitudine, impara a conviverci, anche se non è restia a instaurare legami con le persone che incontra sulla sua strada. Ognuna di loro, peraltro, ha una sua storia, un suo background interessante da scoprire. Nel film, che tra un movimento e l'altro si concede ampi momenti di stasi, ci si ferma a pensare al valore del tempo, il tempo di godersi la vita prima che sia troppo tardi. Il vagabondaggio di Fern non sarà magari “esaltante” come lo definiva John Donne in una Elegia del 1633, ma comunque compone un dramma insieme malinconico ed intimo di anime nomadi in cerca di libertà che vogliono prendere le distanze da una società ammaestrata e controllata.