Figli del sole

figli del sole

Titolo originale: Khorshid

Ali, Mamad, Reda e Abolfazl: piccole canaglie a Teheran. Rubano stemmi dalle auto di lusso, prestano diligentemente servizio per la mala locale, s'industriano a campare nei bassifondi della città. Quando fanno ritorno sui banchi di scuola da lungo tempo disertati, ad attirarli non è la prospettiva della licenza ma quella di un tesoro sepolto in un tunnel sotto l'edificio. Majidi, primo iraniano di sempre candidato all'Oscar (nel 1998, per “I ragazzi del paradiso”, altro dolente spaccato d'infanzia male in arnese), con didascalia in apertura dedica il suo film “ai 152 milioni di bambini costretti al lavoro minorile e a chi lotta per i loro diritti”. Il film trova la sua cifra migliore nell'avventura preadolescenziale di stampo ottantesco, nelle aperture garbate alla commedia, nell'intesa che amalgama i giovani interpreti, nel cortocircuito tra la brulicante attività della Scuola del sole, impegnata in superficie a “salvare” 280 studenti con alle spalle “situazioni sociali particolari” confezionando su di loro un'ipotesi alternativa di futuro, e la cocciutaggine di Ali, che quel futuro se lo scava da solo, sottoterra, a colpi disperati di piccone, nella tenerezza con cui il regista inquadra i corpi.

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