Manta Ray

manta ray

Titolo originale: Kraben rahu

Il film (vincitore di Orizzonti a Venezia 2018) è una favola rurale di reincarnazione, nutrita della stessa ossessione necrofila che, nella vertigine hitchcockiana, spinge James Stewart a plasmare il fantasma di Kim Novak. Questa parabola thailandese è popolata dagli stessi corpi sbiaditi, ectoplasmi ambulanti votati alla palingenesi, e della stessa rassegnata inquietudine. È la storia di un defunto che prende il posto di un vivo: il tentativo di impressionare su pellicola il vagabondaggio post mortem di un'anima che non si rassegna, o, forse, più prosaicamente, l'elaborazione di un lutto (in una terra che ne è sconquassata: il film è dedicato ai Rohingya, una minoranza etnica sottoposta a persecuzioni continue). Si allunga l'ombra di Weerasethakul, non per l'ovvia parentela con la scena arty thailandese, ma per il comune sforzo di riscrivere il paesaggio nazionale contro la sua reificazione iconografica, e soprattutto di inscrivere il realismo in un tempo fantasmatico e labile, di protratta simultaneità ed esibito anacronismo. Si lavora per sottrazione e per ostinato mutismo: il protagonista non pronuncia una sola parola, perché tanto le tragedie si raccontano per elisione, e i miracoli per suggestioni fantastiche.

In occasione di CrossOpera: Otherness, fear and discovery al Teatro Comunale Luciano Pavarotti

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