Il Paradiso probabilmente

paradiso

Titolo originale: It Must Be Heaven

Suleiman  ritorna al cinema e regala ancora una volta un film che è una poetica e agrodolce riflessione sul suo paese. Il film inizia e finisce a Nazareth, da dove il regista proviene, ma in fondo continua a parlare del conflitto israelo-palestinese per tutto il film, anche quando è lontano migliaia di chilometri dalla sua casa: l'idea di fondo della trama d'altronde è proprio quella  di mostrare come il protagonista/regista non possa fare a meno che ritrovare un po' di Palestina ovunque vada. Un'idea semplice ma geniale, dall'alto valore simbolico, che riesce spesso a stupire anche per la rigorosa messa in scena. Come già per le precedenti opere, il nuovo film di Suleiman si compone di una serie di vignette, quasi tutte mute, che vanno interpretate dallo spettatore: alcune sono più dirette – come il vicino che invade il giardino del regista per innaffiare, potare e poi fare propri i frutti degli alberi, un evidente richiamo ad Israele – altre meno, ma di certo niente è inserito per caso. Suleiman è spettatore silenzioso ma attento, in tutto il film pronuncia solo quattro parole e servono solo a ribadire la propria provenienza (e la reazione del tassista newyorkese alla scoperta di avere un vero palestinese nella propria auto vale il prezzo del biglietto). La sua comicità, spesso paragonata a quella del francese Jacques Tati, è l'essenza del film, ma in realtà è anche regista assai sofisticato e niente affatto banale. Come dimostrano I bellissimi “tableaux vivants” che è riuscito a realizzare, per esempio, nella trasferta a Parigi: approfittando della festa nazionale del 14 luglio, Suleiman trova una città completamente deserta e, proprio per questo, surreale. Con il passaggio a New York le metafore di Suleiman si fanno meno sottili, e la critica alla fin troppo libera circolazione delle armi è tanto divertente quanto feroce. Premio Fipresci e Menzione Speciale della Giuria al Festival di Cannes

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