Palazzo di giustizia

palazzo di giustizia

Interno del tribunale di una grande città italiana. In Corte d'Assise, sezione penale, è in corso un'udienza. Il caso è quello di un benzinaio che ha ucciso uno dei suoi due rapinatori. L'altro rapinatore assiste da dietro le sbarre, mentre la sua compagna Angelina segue i procedimenti. Fuori, nel corridoio del tribunale, restano in attesa due minorenni: Domenica, la figlia dell'imputato per omicidio, e Luce, la figlia del condannato per rapina, intorno a loro il via vai del personale, degli avvocati e di chi è coinvolto in altri processi. E un giovane operaio chiamato a riparare un termosifone guasto.  Sarà la giustizia a decidere se è stata legittima difesa o giustizialismo fai da te. Ma alla regista e sceneggiatrice non interessa tanto il procedimento legale quanto i “tempi morti” dell'attesa interminabile delle due figlie fuori dall'aula del tribunale. Due minorenni incolpevoli il cui destino sarà comunque segnato dalle scelte dei padri. E' in questo scarto, in questo capovolgimento dello sguardo e dell'attenzione che risiede l'originalità del film, che dietro la facciata del “courtroom drama” racconta una storia di microresilienza giovanile e femminile che non può non fare fronte comune, al di là dei due lati opposti del corridoio e del processo, delimitata dagli spazi austeri e irrealmente geometrici di un tribunale che pretende di rendere quadrato e razionale ciò che è magmatico e primordiale. Bellosi mette a fuoco mille dettagli, frammenti di volti e di corpi, con una regia pulita e attenta, fisica e tattile.

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Copertina FB Io resto in sala3