Volevo nascondermi

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C'è molto di Ligabue nel film. Ci sono la Svizzera e l'Italia, l'Emilia e Roma; ci sono la follia, la libertà del reietto e la condanna alla solitudine; ci sono le tante lingue della sua vita, lo svizzero-tedesco delle origini, l'italiano dei medici e dei podestà, il dialetto emiliano. C'è la prova mimetica di Elio Germano, tenuta in minore e ricalcata sui materiali video disponibili del pittore del popolo, l'artista matto che riproduceva, come dice il curatore della sua prima esposizione personale, la violenza primordiale della natura. C'è ancora nel film di Diritti una rappresentazione precisa e toccante della provincia padana negli anni del fascismo e del Dopoguerra, un mondo che esprime il senso profondo dell'opera di Ligabue attraverso il genuino stupore verso i suoi lavori. A una prima parte rapsodica e piena di flashback fa eco una seconda più piana e malinconica. A esprimere concretamente l'immediatezza di Ligabue, il suo gesto pittorico ci sono le opere originali che compaiono nei titoli di coda e che mettono in evidenza le pennellate spesse, la materia netta e contrastata. Nel film, Diritti mostra l'artista in rivolta contro la tela, intento a spezzare tavole, distruggere sculture, cancellare un affresco, come se volesse proteggere il suo mondo interiore, protetto dal sacco che nella prima scena del film copre il corpo del malato recluso e nascosto agli occhi sani di chi non può raggiungere la mente di un folle.

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