Tre volti

TRE VOLTI

Tre volti è il quarto film che Jafar Panahi ha girato in clandestinità e questa volta, anziché essere protagonista, è solo un testimone: uno sguardo leggermente decentrato, che lascia le prigioni domestiche (in cui erano ambientati This Is Not a Film, 2011, e Closed Courtain, 2013) e la metropoli di Taxi Teheran (2015), per immergersi in una remota provincia rurale dove non si parla nemmeno il farsi.

Tre volti è il quarto film che Jafar Panahi ha girato in clandestinità e questa volta, anziché essere protagonista, è solo un testimone: uno sguardo leggermente decentrato, che lascia le prigioni domestiche (in cui erano ambientati This Is Not a Film, 2011, e Closed Courtain, 2013) e la metropoli di Taxi Teheran (2015), per immergersi in una remota provincia rurale dove non si parla nemmeno il farsi. E da cui una ragazza, Marziyeh, ha mandato alla nota attrice Benhaz Jafari un video selfie girato col cellulare, in cui la si vede impiccarsi. Behnaz si fa accompagnare da Panahi per verificare cosa sia successo davvero. Tre volti parla sì di cinema, ma nei suoi risvolti sociali per quanto concerne le donne. La giovane Marziyeh è ostracizzata nel villaggio perché vuol fare l'attrice, e si nasconde in casa di un'attrice-cantante attiva ai tempi dello scià e ora ai margini del villaggio, dopo essere stata perseguitata. Intanto, Jafari viene riconosciuta e tutti la blandiscono. Tre volti femminili in cui si specchia l'ipocrisia di una società che reprime le donne prima ancora degli artisti e che al tempo stesso è profondamente mediatizzata. Panahi rappresenta con abbondanza di metafore la crisi della mascolinità di una società patriarcale e, con passo sereno e contemplativo, con fiducia commovente nella forza del piano sequenza e dell'ellisse, apre nel racconto tanti piccoli misteri. Sotto l'elusiva semplicità ha girato uno dei suoi film più liberi, densi e ottimisti.