Il processo ai Chicago 7

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Titolo originale: The trial of the Chicago 7

Avrebbe dovuto dirigerlo Steven Spielberg, e distribuirlo Paramount che poi però l’ha girato a Netflix durante il lockdown per arrivare in tempo sotto le elezioni presidenziali, ma Sorkin non ruba nulla, anzi: direzione d’attori - e che attori! - superba, dialoghi come rasoi, sfumature di senso compiuto, un court drama che libera impegno civile, ma prima esalta il cinema come Gestalt. Sullo schermo il celebre, anzi, famigerato processo conseguente ai riots durante la convention del partito democratico del 1968: polizia e Guardia nazionale reprimono le proteste degli attivisti di sinistra, il sangue scorre per tutta la città, le diverse anime del movimento vengono tacciate di incitamento alla sommossa e – risibile - cospirazione e dunque messe alla sbarra. Ci sono, tra gli altri, gli yippies, tutti performance e provocazione (invero, lo vedrete, molto di più), Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong, forse il migliore) e il fighetto, moderato a fasi alterne Tom Hayden (Eddie Redmayne) a istruire la tradizionale divergenza in seno alla Sinistra, e a regalarci singolari tenzoni verbali da mandare a memoria: Sorkin ha letto i libri, le carte, le trascrizioni, ha recepito la testimonianza di Hayden stesso prima che morisse nel 2016, soprattutto ci ha messo del suo, che è il meglio su piazza. L’aula è un microcosmo che non abdica alla verità storica, ma la coniuga al presente fesso e imperfetto di oggi: le proteste in America, la Corte Suprema soggiogabile, le magagne postali alle prossime presidenziali, lo spettro autocratico di un Trump bis, il ritorno è al futuro, il memento sensibile, le ricadute non sindacabili. Fa spavento, su tutto, il trattamento che subì, complice il retrivo giudice Julius Hoffman (Frank Langella), il leader della Black Panther Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II) che pure a Chicago ci passò solo quattro ore e venne incastrato senza ritegno: in seguito all’ennesimo oltraggio alla corte – c’è da capirlo, non gli venne garantito nemmeno l’avvocato – fu ammanettato mani e piedi alla sedia e imbavagliato, anzi, ammutolito se non soffocato. Nel cast ottimo è anche Mark Rylance nei panni dell’avvocato William Kunstler e non da meno il suo opponente, e infine conciliante, Joseph Gordon-Levitt ossia il procuratore Richard Schultz. Il film lavora bene sull’archivio, le immagini in bianco e nero degli scontri, non facendone un mero supporto confermativo/veridittivo ma una commistione con un surplus di senso, un riverbero sull’oggi, come se il passato fosse news, e viceversa. Agli Oscar, i novantatreesimi, la cui Notte è stata procrastinata al 25 aprile 2021, può vincere molto: di certo, con merito. Oggi è già domani, ma anche ieri, e come ha detto Sacha Baron Cohen – nel Q&A globale organizzato da Netflix – guardando alle presidenziali di novembre: “Che faremo per proteggere la democrazia quando ci verrà sottratta, assisteremo senza colpo ferire alla transizione all’autocrazia o scenderemo in strada, do we stand by or stand up?”.