Monos – Un gioco da ragazzi

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Titolo originale: Monos

È solo dal 2016 l'accordo che, dopo anni di negoziati e 50 di conflitto armato, porta alla cessazione delle ostilità tra governo colombiano e FARC, guerriglieri di professione marxista-leninista arroccati nella foresta pluviale. Non sono FARC – non sono nulla, dispersi come sono in un tempo e luogo astratti, sospesi – i protagonisti di Monos, ragazzini-soldato isolati dal mondo, imbrigliati in un microcosmo che codifica le proprie norme tribali attraverso riti di passaggio allucinogeni e iper-violenti, debolmente connessi a una più ampia associazione paramilitare per via di un ostaggio americano da custodire. Nel suo terzo lungo, Landes si assicura di recidere i legami con qualsiasi fatto del mondo, ma saccheggia le situazioni preesistenti: i “monos” rispondono a regole che ricordano quelle di un gruppo di guerriglieri. Ma soprattutto flirta con l'immaginario post-apocalittico (con le vestigia architettoniche di una civiltà che fu smangiucchiate dalla foresta) e con le tante distopie “young adult” (salvo poi disinnescarne i gratificanti meccanismi di rivalsa generazionale). Tanta crudezza, tanta violenza nel raccontare l'infanzia fanno tornare con la memoria al cinema di Babenco (Pixote) e il degenerare del patto sociale a Il signore delle mosche e alla sua puntuta cronaca di regressione al cannibalismo. Landes non aspira a dedurre verità antropologiche, né grida all'esperimento sociale in vitro, ma – ora con lirismo ora con ferocia – guarda dritto dentro un adolescente cuore di tenebra.

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